Che cos’è, alla fine, questo Regno, che millenni di cristianesimo hanno ridotto a una metafora appannata ? Il Regno è un luogo, anzi ‘il’ luogo per eccellenza. Se i quattro Vangeli non fanno che alludervi annunciandolo, indicandone la direzione, non c’è dubbio che la sua centralità sia quella del Giardino originario, il gan ‘eden, il Centro del Mondo. Scoprendo o addirittura inventando il paesaggio – di cui gli Antichi non possedevano una chiara nozione –, i Moderni (e prima di loro i Cinesi) – hanno incominciato ad aggirarsi senza saperlo intorno a questo luogo: a ritrovarlo, ignari, nel fascino inspiegabile che si sprigiona dalla varietà dei paesaggi terrestri. Non sorprende allora che il primo formidabile “agrimensore” del paesaggio come memoria del Regno sia il santo di Assisi, che lo «misura» percorrendo instancabile e come a passo di danza i luoghi dell’Italia Centrale: di quella Italia che diventerà di lì a poco il «giardin de lo Imperio», e l’«italica erba». La natura ultima di questo Luogo è infatti il ritmo: solo un passo ritmico può permettere di riconoscerlo, di farlo vibrare per risonanza. Questo ritmo – che è anche il ritmo del canto – riesce però solo al viaggiatore che sappia spogliarsi del proprio «io» e passare per la cruna d’ago della propria stessa morte (che è la «morte», alla fine, dell’io moderno, dell’io come soggetto illusoriamente onnipotente). Lo sapranno i grandi viaggiatori metafisici del nostro tempo: Martin Heidegger, alla ricerca di quella che chiama la Terra come Tale (e che non è soltanto la Selva Nera o il paesaggio del Reno), e Peter Handke, innamorato dei luoghi come può esserlo solo chi intravede nei luoghi della terra i contorni baluginanti del Regno.

Paesaggi del Regno. Dai luoghi francescani al Luogo Assoluto

FLAVIO PIERO CUNIBERTO
2017-01-01

Abstract

Che cos’è, alla fine, questo Regno, che millenni di cristianesimo hanno ridotto a una metafora appannata ? Il Regno è un luogo, anzi ‘il’ luogo per eccellenza. Se i quattro Vangeli non fanno che alludervi annunciandolo, indicandone la direzione, non c’è dubbio che la sua centralità sia quella del Giardino originario, il gan ‘eden, il Centro del Mondo. Scoprendo o addirittura inventando il paesaggio – di cui gli Antichi non possedevano una chiara nozione –, i Moderni (e prima di loro i Cinesi) – hanno incominciato ad aggirarsi senza saperlo intorno a questo luogo: a ritrovarlo, ignari, nel fascino inspiegabile che si sprigiona dalla varietà dei paesaggi terrestri. Non sorprende allora che il primo formidabile “agrimensore” del paesaggio come memoria del Regno sia il santo di Assisi, che lo «misura» percorrendo instancabile e come a passo di danza i luoghi dell’Italia Centrale: di quella Italia che diventerà di lì a poco il «giardin de lo Imperio», e l’«italica erba». La natura ultima di questo Luogo è infatti il ritmo: solo un passo ritmico può permettere di riconoscerlo, di farlo vibrare per risonanza. Questo ritmo – che è anche il ritmo del canto – riesce però solo al viaggiatore che sappia spogliarsi del proprio «io» e passare per la cruna d’ago della propria stessa morte (che è la «morte», alla fine, dell’io moderno, dell’io come soggetto illusoriamente onnipotente). Lo sapranno i grandi viaggiatori metafisici del nostro tempo: Martin Heidegger, alla ricerca di quella che chiama la Terra come Tale (e che non è soltanto la Selva Nera o il paesaggio del Reno), e Peter Handke, innamorato dei luoghi come può esserlo solo chi intravede nei luoghi della terra i contorni baluginanti del Regno.
978-88-545-1530-7
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11391/1421264
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