L’impatto del principio di solidarietà nei rapporti negoziali tra privati non contiene in radice la negazione dell’autonomia privata, perché determinerebbe l’abuso del principio di buona fede, ma scaturisce dall’esigenza che la stessa autonomia non sia insensibile rispetto ai principi, specialmente costituzionali, ma s’ispiri, sia nel momento formativo che in quello esecutivo degli accordi negoziali, al rispetto di un equilibrio tra soggetti contraenti, quale voluto dalle norme giuridiche di riferimento e solo esteriormente osservato, ma nella essenza violato, da chi mette in essere l’abuso. L’alterazione dell’equilibrio non deriva unicamente da atti apertamente lesivi degli interessi giuridicamente protetti delle parti, nel qual caso non di abuso si dovrebbe parlare, ma semplicemente d’illiceità dell’atto o della condotta, ma può essere definito da una serie di condizioni che riconducono, di fatto, l’interesse dell’uno deteriore rispetto a quello dell’altro, che assumerebbe così una predominanza che non gli spetta secondo il modello legale. Le situazioni in argomento possono essere, e sono nella realtà, molteplici e non tipizzabili in una previsione normativa descritta. Esse devono essere riscontrate dal giudice, che, in situazioni liminali molto delicate, deve far ricorso, oltre che alla sua conoscenza giuridica, alla sua sapienza pratica e al suo senso morale. Il pericolo di «abuso dell’abuso» esiste sempre. Non possiamo però diminuire drasticamente l’effettività delle tutele giurisdizionali per il timore di incontrare giudici poco consapevoli della propria parte o, cosa peggiore, per dare indiretta tutela non all’autonomia, ma all’arbitrio dei privati. Da un punto di vista costituzionalistico, l’indispensabile bilanciamento tra diritti non può limitarsi al mero confronto tra modelli normativi, ma deve allargarsi all’effettività degli stessi.

Abuso del diritto e principio di solidarietà

Massimo, Billi
2017

Abstract

L’impatto del principio di solidarietà nei rapporti negoziali tra privati non contiene in radice la negazione dell’autonomia privata, perché determinerebbe l’abuso del principio di buona fede, ma scaturisce dall’esigenza che la stessa autonomia non sia insensibile rispetto ai principi, specialmente costituzionali, ma s’ispiri, sia nel momento formativo che in quello esecutivo degli accordi negoziali, al rispetto di un equilibrio tra soggetti contraenti, quale voluto dalle norme giuridiche di riferimento e solo esteriormente osservato, ma nella essenza violato, da chi mette in essere l’abuso. L’alterazione dell’equilibrio non deriva unicamente da atti apertamente lesivi degli interessi giuridicamente protetti delle parti, nel qual caso non di abuso si dovrebbe parlare, ma semplicemente d’illiceità dell’atto o della condotta, ma può essere definito da una serie di condizioni che riconducono, di fatto, l’interesse dell’uno deteriore rispetto a quello dell’altro, che assumerebbe così una predominanza che non gli spetta secondo il modello legale. Le situazioni in argomento possono essere, e sono nella realtà, molteplici e non tipizzabili in una previsione normativa descritta. Esse devono essere riscontrate dal giudice, che, in situazioni liminali molto delicate, deve far ricorso, oltre che alla sua conoscenza giuridica, alla sua sapienza pratica e al suo senso morale. Il pericolo di «abuso dell’abuso» esiste sempre. Non possiamo però diminuire drasticamente l’effettività delle tutele giurisdizionali per il timore di incontrare giudici poco consapevoli della propria parte o, cosa peggiore, per dare indiretta tutela non all’autonomia, ma all’arbitrio dei privati. Da un punto di vista costituzionalistico, l’indispensabile bilanciamento tra diritti non può limitarsi al mero confronto tra modelli normativi, ma deve allargarsi all’effettività degli stessi.
2017
978-88-495-3353-8
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