Il nesso che lega ferita e bellezza è essenziale e fa riferimento all’originaria esperienza di ogni processo artistico che nella “fe- rita” accertata e vissuta come il proprio limite, il limite di ogni essere finito, è alla ricerca di qualcosa che è, seguendo una pro- spettiva platonica, il bello in sé, visibile soltanto uscendo dall’ap- parenza delle cose. È quanto rileva la pensatrice francese Simone Weil, secondo una linea platonico-cristiana, già a conclusione di uno dei suoi primissimi scritti, il saggio le Beau et le bien del ‘26. Qui la pensatrice rileva che per uscire dall’apparenza e pervenire al vero, al modo giusto di leggere le cose, occorre distaccarci da esse per contemplarle, in qualche modo è il percorso che dalla Caverna porta alla luce, per pervenire a contemplarne l’essenza. La perfezione del bello, in tale prospettiva, è inattingibile nella sua assolutezza nell’orizzonte della finitezza, ma è insieme ciò cui costantemente l’artista “attende”, orientato ad una “bellezza” che è al di là dell’apparenza e che dunque si dà come qualcosa di fragile per l’uomo; essa è espressione della consapevolezza di un limite originario e quindi di un “ferita” accettata perché costan- te manifestazione della fragilità di un essere umano che l’artista tende a superare, accertandone la presenza, accettandola e acco- gliendola come il “cuore” dell’esperienza del bello.

Dalla ferita, la bellezza: l’arte e il pensare

Marianelli
2021-01-01

Abstract

Il nesso che lega ferita e bellezza è essenziale e fa riferimento all’originaria esperienza di ogni processo artistico che nella “fe- rita” accertata e vissuta come il proprio limite, il limite di ogni essere finito, è alla ricerca di qualcosa che è, seguendo una pro- spettiva platonica, il bello in sé, visibile soltanto uscendo dall’ap- parenza delle cose. È quanto rileva la pensatrice francese Simone Weil, secondo una linea platonico-cristiana, già a conclusione di uno dei suoi primissimi scritti, il saggio le Beau et le bien del ‘26. Qui la pensatrice rileva che per uscire dall’apparenza e pervenire al vero, al modo giusto di leggere le cose, occorre distaccarci da esse per contemplarle, in qualche modo è il percorso che dalla Caverna porta alla luce, per pervenire a contemplarne l’essenza. La perfezione del bello, in tale prospettiva, è inattingibile nella sua assolutezza nell’orizzonte della finitezza, ma è insieme ciò cui costantemente l’artista “attende”, orientato ad una “bellezza” che è al di là dell’apparenza e che dunque si dà come qualcosa di fragile per l’uomo; essa è espressione della consapevolezza di un limite originario e quindi di un “ferita” accettata perché costan- te manifestazione della fragilità di un essere umano che l’artista tende a superare, accertandone la presenza, accettandola e acco- gliendola come il “cuore” dell’esperienza del bello.
978-88-311-7052-9
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11391/1500489
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