Una pratica, che si è ripetuta e si ripete tante volte nel corso della storia umana, è la costruzione di un discrimine. Infatti, ogni qual volta si sono verificate persecuzioni e genocidi, nel corso della storia umana, si è riproposta regolarmente una costante: tali atrocità sono state perpetrate basandosi sulla selezione tra chi perseguitare e chi no, tra chi uccidere e chi far sopravvivere. In maniera meno violenta, ma non meno gravida di conseguenze nefaste, tale selezione riemerge anche nei confronti di chi accogliere e di chi respingere. Per tracciare un confine profondo tra noi e gli altri, in funzione irrefutabilmente discriminante, sono sempre state costruite distinzioni ad hoc attraverso elementi predisposti appositamente. Tra questi elementi trova pernicioso nutrimento, proprio perché di solito non esplicitato, anche il cosiddetto white privilege che dà vita ad altre forme di discriminazione e auto-discriminazione come il colorismo e il passing. Anche per questi motivi, lo sfondo del presente contributo risiede in due modalità imprescindibili per ogni incontro che voglia essere interumano e interculturale: la capacità di accogliere e di connettere. Entrambi questi significati convivono nel verbo latino lĕgĕre dal quale deriva, etimologicamente, “accogliere” in italiano. “Accogliere” è un’azione, o meglio, un insieme, un intreccio - che include l’originario senso di “tessuto” - di azioni pienamente calate nel tempo e, quindi, nelle storie delle persone, dei gruppi e delle culture. C’è nell’accoglienza qualcosa di nascosto, di misterioso, qualcosa che contraddice l’ostentazione sfrontata del suo contrario - il respingimento - che, soprattutto quando è “invocato” da chi lo pratica, sembra stagliarsi chiaro e distinto, come se fosse inevitabile e persino “naturale”. In ogni caso, più che ritenere l’accoglienza come un concetto, cristallizzato quasi fosse un assioma euclideo, si propone di pensarla come una “concezione”. In quest’ultima accezione, che può includere in sé anche il riferimento alla procreazione, è evidenziato l’aspetto relazionale che è imprescindibile anche se si volesse unicamente riflettere in maniera astratta sull’accoglienza e su come formare ad essa. In quest’ottica, quindi, conviene avvicinarsi ad essa considerandola come una ricoeuriana metafora viva, dinamica, che possa consentire sempre una ripresa di significati e ispirare ulteriori conseguenze euristiche. Accogliere vuol dire pure dare voce alle pratiche di liberazione delle corporeità che possono e devono parlare attraverso le infinite sfumature relazionali e il loro continuo formarsi e trasformarsi. Tutto ciò non è indifferente, ma importantissimo, per un confronto serrato tra i processi formativi tout court e quelli interculturali.
L’accogliere interculturale come dissoluzione di barriere discriminatorie
Marco Milella
Membro del Collaboration Group
2025
Abstract
Una pratica, che si è ripetuta e si ripete tante volte nel corso della storia umana, è la costruzione di un discrimine. Infatti, ogni qual volta si sono verificate persecuzioni e genocidi, nel corso della storia umana, si è riproposta regolarmente una costante: tali atrocità sono state perpetrate basandosi sulla selezione tra chi perseguitare e chi no, tra chi uccidere e chi far sopravvivere. In maniera meno violenta, ma non meno gravida di conseguenze nefaste, tale selezione riemerge anche nei confronti di chi accogliere e di chi respingere. Per tracciare un confine profondo tra noi e gli altri, in funzione irrefutabilmente discriminante, sono sempre state costruite distinzioni ad hoc attraverso elementi predisposti appositamente. Tra questi elementi trova pernicioso nutrimento, proprio perché di solito non esplicitato, anche il cosiddetto white privilege che dà vita ad altre forme di discriminazione e auto-discriminazione come il colorismo e il passing. Anche per questi motivi, lo sfondo del presente contributo risiede in due modalità imprescindibili per ogni incontro che voglia essere interumano e interculturale: la capacità di accogliere e di connettere. Entrambi questi significati convivono nel verbo latino lĕgĕre dal quale deriva, etimologicamente, “accogliere” in italiano. “Accogliere” è un’azione, o meglio, un insieme, un intreccio - che include l’originario senso di “tessuto” - di azioni pienamente calate nel tempo e, quindi, nelle storie delle persone, dei gruppi e delle culture. C’è nell’accoglienza qualcosa di nascosto, di misterioso, qualcosa che contraddice l’ostentazione sfrontata del suo contrario - il respingimento - che, soprattutto quando è “invocato” da chi lo pratica, sembra stagliarsi chiaro e distinto, come se fosse inevitabile e persino “naturale”. In ogni caso, più che ritenere l’accoglienza come un concetto, cristallizzato quasi fosse un assioma euclideo, si propone di pensarla come una “concezione”. In quest’ultima accezione, che può includere in sé anche il riferimento alla procreazione, è evidenziato l’aspetto relazionale che è imprescindibile anche se si volesse unicamente riflettere in maniera astratta sull’accoglienza e su come formare ad essa. In quest’ottica, quindi, conviene avvicinarsi ad essa considerandola come una ricoeuriana metafora viva, dinamica, che possa consentire sempre una ripresa di significati e ispirare ulteriori conseguenze euristiche. Accogliere vuol dire pure dare voce alle pratiche di liberazione delle corporeità che possono e devono parlare attraverso le infinite sfumature relazionali e il loro continuo formarsi e trasformarsi. Tutto ciò non è indifferente, ma importantissimo, per un confronto serrato tra i processi formativi tout court e quelli interculturali.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


