Le trasformazioni che hanno investito l’area dell’ex ospedale psichiatrico di San Salvi a Firenze negli ultimi centocinquant’anni concorrono alla definizione di un caso studio emblematico, nel quale l’accezione di “periferia” può essere declinata in rapporto alle centralità urbane, umane ed esistenziali. Possiamo individuare tre diversi momenti, in cui affrontare la questione. Il primo, contestuale all’istituzione del manicomio, vede la coincidenza tra periferia urbana a periferia umana. Il manicomio era posto esternamente alla città perché fuori da essa dovevano stare coloro che non erano considerati cittadini: i matti, ma soprattutto i poveri, le ragazze madri, gli omosessuali. Il secondo momento, determinato dall’espansione urbana, vede il manicomio come eterotopia interna alla città stessa, una “città negata” nella “città affermata”. L’area cessa di essere periferica, ma resta tale nella memoria dei fiorentini, perché permane lo stigma. Il superamento del manicomio come istituzione richiederà più di vent’anni. Oggi, l’area è considerata parte della città, così come la malattia mentale è riconosciuta e curata nei presidi territoriali. Tuttavia l’architettura, con i suoi muri fisici, permane a testimonianza di una storia ingombrante, rendendo il luogo non ancora compiutamente integrato nella memoria collettiva.

San Salvi, le tappe della memoria

Eliana Martinelli
2022-01-01

Abstract

Le trasformazioni che hanno investito l’area dell’ex ospedale psichiatrico di San Salvi a Firenze negli ultimi centocinquant’anni concorrono alla definizione di un caso studio emblematico, nel quale l’accezione di “periferia” può essere declinata in rapporto alle centralità urbane, umane ed esistenziali. Possiamo individuare tre diversi momenti, in cui affrontare la questione. Il primo, contestuale all’istituzione del manicomio, vede la coincidenza tra periferia urbana a periferia umana. Il manicomio era posto esternamente alla città perché fuori da essa dovevano stare coloro che non erano considerati cittadini: i matti, ma soprattutto i poveri, le ragazze madri, gli omosessuali. Il secondo momento, determinato dall’espansione urbana, vede il manicomio come eterotopia interna alla città stessa, una “città negata” nella “città affermata”. L’area cessa di essere periferica, ma resta tale nella memoria dei fiorentini, perché permane lo stigma. Il superamento del manicomio come istituzione richiederà più di vent’anni. Oggi, l’area è considerata parte della città, così come la malattia mentale è riconosciuta e curata nei presidi territoriali. Tuttavia l’architettura, con i suoi muri fisici, permane a testimonianza di una storia ingombrante, rendendo il luogo non ancora compiutamente integrato nella memoria collettiva.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11391/1538629
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