La costruzione dei teatri postunitari promossa dai governi municipali umbri negli anni Settanta del XIX secolo rappresenta una vera e propria risposta civica al serrato programma edilizio religioso attuato negli anni immediatamente precedenti da Vincenzo Gioacchino Pecci nel corso del suo episcopato perugino volto a strutturare la diocesi di Perugia-Città della Pieve con un’armatura di oltre sessanta chiese, poi dette “leonine” in omaggio al futuro papa. Si tratta tuttavia di una risposta garbata: i nuovi teatri di Marsciano, Norcia, Todi e Trevi, infatti, non implicano drastiche lacerazioni nei rispettivi tessuti edilizi, mentre i teatri di Bevagna e Spoleto omettono qualsiasi evidenza di facciata e vengono ricavati all’interno di strutture preesistenti. La ristrutturazione del Teatro Vecchio di Spoleto, poi intitolato a Caio Melisso, attuata da Giovanni Montiroli non poteva avere “contenitore” più civico visto che la sala teatrale utilizzava due livelli di arcate facenti parte dell’incompiuto palazzo quattrocentesco della Signoria di Spoleto quale impianto sostruttorio. Egli conserva inoltre l’involucro murario preesistente, anch’esso da attribuirsi al palazzo della Signoria, operando una scelta conservativa forse da assegnarsi alla sua formazione romana, che lo vede formarsi prima presso Giuseppe Valadier e poi nello studio di Luigi Canina in qualità di allievo e assistente. Tra il 1874 e il 1880 Montiroli interviene dunque sulle strutture preesistenti, interpretandole come “guscio”, e restaura il Teatro Vecchio. La vecchia struttura si può dire rappresentasse una sintesi della storia del teatro all’italiana: già intitolato Teatro Nobile nel 1657, costituito da un grande spazio rettangolare a scaloni con palco ligneo, fu uno dei primi teatri all'italiana dell’Umbria (1667), con ordini di palchetti lignei, dove la curvatura della sala fu adeguata ad esigenze di visibilità, ampliandone l’invaso nel 1749-1751, e nuovamente nel 1819. L’intervento di Montiroli consiste nel ridefinire la sagoma della sala teatrale, trasformando l’ellisse in un ferro di cavallo al fine di garantire una migliore visibilità del fronte scenico da parte dei palchettisti, mentre palchi e strutture effimere del precedente teatro vengono ricostruite in muratura. La grande sala preesistente, a pianta rettangolare con doppia altezza senza supporti intermedi, coperta da capriate, garantisce infatti, come nel passato una piena libertà planimetrica. Le dimensioni del vano, che misura circa 14 metri di luce libera, e la funzione pubblica degli spazi sottostanti lasciano ipotizzare che tale spazio in origine fosse destinato alle riunioni del Consiglio della Signoria, come nel caso degli analoghi Palazzo della Signoria a Firenze e Palazzo Ducale di Venezia. Lo stato di fatto e il progetto per la ristrutturazione del Teatro Vecchio, il guscio esterno della sala, i palchetti del teatro disposti a ferro di cavallo, i particolari costruttivi e gli elementi decorativi sono rappresentati da Montiroli in bellissimi disegni, da un lato rilievo quasi “scientifici”, dall’altro elaborati di progetto, oggi conservati presso la Biblioteca Carducci di Spoleto. Non mancano peraltro alcuni disegni che vanno oltre la funzione professionale e sono probabilmente destinati alla pubblicazione, forse in un trattato o, meno plausibilmente, in una rivista di architettura, oppure rivolti alla presentazione del progetto. Si tratta, ad esempio, del disegno per il grande plafone che copre la sala teatrale (Biblioteca Carducci Spoleto, Prog Arch 43.3), disegnato e realizzato secondo l’uso del tempo, ricorrendo ad una intelaiatura lignea a triplo ordito, completata da un rivestimento in “camorcanna”, una tecnica costruttiva che ebbe in Italia una grande diffusione nell’Ottocento proprio grazie al trattato di architettura di Giuseppe Valadier.

L’intervento sul Teatro Vecchio di Spoleto

Funis F.
;
Belardi P.
;
In corso di stampa

Abstract

La costruzione dei teatri postunitari promossa dai governi municipali umbri negli anni Settanta del XIX secolo rappresenta una vera e propria risposta civica al serrato programma edilizio religioso attuato negli anni immediatamente precedenti da Vincenzo Gioacchino Pecci nel corso del suo episcopato perugino volto a strutturare la diocesi di Perugia-Città della Pieve con un’armatura di oltre sessanta chiese, poi dette “leonine” in omaggio al futuro papa. Si tratta tuttavia di una risposta garbata: i nuovi teatri di Marsciano, Norcia, Todi e Trevi, infatti, non implicano drastiche lacerazioni nei rispettivi tessuti edilizi, mentre i teatri di Bevagna e Spoleto omettono qualsiasi evidenza di facciata e vengono ricavati all’interno di strutture preesistenti. La ristrutturazione del Teatro Vecchio di Spoleto, poi intitolato a Caio Melisso, attuata da Giovanni Montiroli non poteva avere “contenitore” più civico visto che la sala teatrale utilizzava due livelli di arcate facenti parte dell’incompiuto palazzo quattrocentesco della Signoria di Spoleto quale impianto sostruttorio. Egli conserva inoltre l’involucro murario preesistente, anch’esso da attribuirsi al palazzo della Signoria, operando una scelta conservativa forse da assegnarsi alla sua formazione romana, che lo vede formarsi prima presso Giuseppe Valadier e poi nello studio di Luigi Canina in qualità di allievo e assistente. Tra il 1874 e il 1880 Montiroli interviene dunque sulle strutture preesistenti, interpretandole come “guscio”, e restaura il Teatro Vecchio. La vecchia struttura si può dire rappresentasse una sintesi della storia del teatro all’italiana: già intitolato Teatro Nobile nel 1657, costituito da un grande spazio rettangolare a scaloni con palco ligneo, fu uno dei primi teatri all'italiana dell’Umbria (1667), con ordini di palchetti lignei, dove la curvatura della sala fu adeguata ad esigenze di visibilità, ampliandone l’invaso nel 1749-1751, e nuovamente nel 1819. L’intervento di Montiroli consiste nel ridefinire la sagoma della sala teatrale, trasformando l’ellisse in un ferro di cavallo al fine di garantire una migliore visibilità del fronte scenico da parte dei palchettisti, mentre palchi e strutture effimere del precedente teatro vengono ricostruite in muratura. La grande sala preesistente, a pianta rettangolare con doppia altezza senza supporti intermedi, coperta da capriate, garantisce infatti, come nel passato una piena libertà planimetrica. Le dimensioni del vano, che misura circa 14 metri di luce libera, e la funzione pubblica degli spazi sottostanti lasciano ipotizzare che tale spazio in origine fosse destinato alle riunioni del Consiglio della Signoria, come nel caso degli analoghi Palazzo della Signoria a Firenze e Palazzo Ducale di Venezia. Lo stato di fatto e il progetto per la ristrutturazione del Teatro Vecchio, il guscio esterno della sala, i palchetti del teatro disposti a ferro di cavallo, i particolari costruttivi e gli elementi decorativi sono rappresentati da Montiroli in bellissimi disegni, da un lato rilievo quasi “scientifici”, dall’altro elaborati di progetto, oggi conservati presso la Biblioteca Carducci di Spoleto. Non mancano peraltro alcuni disegni che vanno oltre la funzione professionale e sono probabilmente destinati alla pubblicazione, forse in un trattato o, meno plausibilmente, in una rivista di architettura, oppure rivolti alla presentazione del progetto. Si tratta, ad esempio, del disegno per il grande plafone che copre la sala teatrale (Biblioteca Carducci Spoleto, Prog Arch 43.3), disegnato e realizzato secondo l’uso del tempo, ricorrendo ad una intelaiatura lignea a triplo ordito, completata da un rivestimento in “camorcanna”, una tecnica costruttiva che ebbe in Italia una grande diffusione nell’Ottocento proprio grazie al trattato di architettura di Giuseppe Valadier.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11391/1614801
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