Il saggio propone una riflessione giuridico-filosofica sulla Leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij, letta come critica radicale al rapporto tra libertà, potere e natura umana. Partendo dal dialogo tra Ivan e Alëša nei Fratelli Karamazov, l’autore analizza la tesi centrale secondo cui il male è legato alla libertà e la tentazione di eliminarlo attraverso un potere che sollevi gli uomini dalla responsabilità. La figura dell’inquisitore diventa emblema di un potere paternalistico che, negando la libertà, promette pane, sicurezza e quiete. Il saggio esplora le implicazioni antropologiche, politiche e spirituali del racconto, interrogandosi sulla felicità come semplice benessere o come compimento della dimensione creativa dell’uomo. Nel confronto tra la legge dell’amore di Cristo e la logica autoritaria dell’inquisitore, l’autore riflette sul ruolo della salvezza in senso religioso e laico. La parte finale discute la dimensione profetica del testo, rileggendola alla luce delle società contemporanee dominate da tecnica, mercato e omologazione, dove la libertà rischia di ridursi a mera scelta di consumo. La via d’uscita, suggerita in conclusione, passa attraverso un ritorno al silenzio, all’interiorità, alla fede - religiosa o umana— capace di restituire senso, direzione e responsabilità al vivere.
Riflessioni minime di un giurista su “La leggenda del grande inquisitore”
bove mauro
2025
Abstract
Il saggio propone una riflessione giuridico-filosofica sulla Leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij, letta come critica radicale al rapporto tra libertà, potere e natura umana. Partendo dal dialogo tra Ivan e Alëša nei Fratelli Karamazov, l’autore analizza la tesi centrale secondo cui il male è legato alla libertà e la tentazione di eliminarlo attraverso un potere che sollevi gli uomini dalla responsabilità. La figura dell’inquisitore diventa emblema di un potere paternalistico che, negando la libertà, promette pane, sicurezza e quiete. Il saggio esplora le implicazioni antropologiche, politiche e spirituali del racconto, interrogandosi sulla felicità come semplice benessere o come compimento della dimensione creativa dell’uomo. Nel confronto tra la legge dell’amore di Cristo e la logica autoritaria dell’inquisitore, l’autore riflette sul ruolo della salvezza in senso religioso e laico. La parte finale discute la dimensione profetica del testo, rileggendola alla luce delle società contemporanee dominate da tecnica, mercato e omologazione, dove la libertà rischia di ridursi a mera scelta di consumo. La via d’uscita, suggerita in conclusione, passa attraverso un ritorno al silenzio, all’interiorità, alla fede - religiosa o umana— capace di restituire senso, direzione e responsabilità al vivere.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


