Esiste una solitudine scelta, che non coincide con l’isolamento ma con la possibilità di abitare consapevolmente se stessi. Non è separazione, se desiderata e ricercata come spazio di autenticità, ma comunione profonda con ciò che è essenziale. Anzi, la solitudine può diventare uno spazio di libertà, una condizione dell’intimità, una garanzia d’amore nell’unione di una coppia (Gibran, 2018): solitudine che non separa, respiro che precede l’incontro, «come una pioggia» che «sale dal mare incontro alla sera» (Rilke, 1947). Anche nel processo psicoterapeutico sappiamo riconoscere che una solitudine generativa, a differenza di una solitudine deprivante, è un “vuoto fertile” in cui l’essere umano sperimenta uno spazio temporaneo di sospensione che, lungi dal rappresentare una perdita, può divenire occasione di trasformazione e crescita (Perls et al., 1951). Questa vuotezza apre a uno spazio in cui il riconoscimento dell’autenticità dei propri sentimenti, delle proprie convinzioni, della propria situazione e del proprio comportamento, contribuisce a creare un senso di completezza e favorisce la crescita autentica di sé. Diversa è la condizione di chi viene escluso dalle relazioni significative: qui la solitudine non genera nuove possibilità, ma restringe progressivamente l’orizzonte della partecipazione umana, privando la persona dell’esperienza fondamentale dell’essere riconosciuta dall’altro.
Dal vuoto fertile all’incontro: la solitudine delle persone con disabilità e dei loro familiari
Stefano Federici
;
2026
Abstract
Esiste una solitudine scelta, che non coincide con l’isolamento ma con la possibilità di abitare consapevolmente se stessi. Non è separazione, se desiderata e ricercata come spazio di autenticità, ma comunione profonda con ciò che è essenziale. Anzi, la solitudine può diventare uno spazio di libertà, una condizione dell’intimità, una garanzia d’amore nell’unione di una coppia (Gibran, 2018): solitudine che non separa, respiro che precede l’incontro, «come una pioggia» che «sale dal mare incontro alla sera» (Rilke, 1947). Anche nel processo psicoterapeutico sappiamo riconoscere che una solitudine generativa, a differenza di una solitudine deprivante, è un “vuoto fertile” in cui l’essere umano sperimenta uno spazio temporaneo di sospensione che, lungi dal rappresentare una perdita, può divenire occasione di trasformazione e crescita (Perls et al., 1951). Questa vuotezza apre a uno spazio in cui il riconoscimento dell’autenticità dei propri sentimenti, delle proprie convinzioni, della propria situazione e del proprio comportamento, contribuisce a creare un senso di completezza e favorisce la crescita autentica di sé. Diversa è la condizione di chi viene escluso dalle relazioni significative: qui la solitudine non genera nuove possibilità, ma restringe progressivamente l’orizzonte della partecipazione umana, privando la persona dell’esperienza fondamentale dell’essere riconosciuta dall’altro.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


