In questo contributo ho esaminato le fonti relative alla cosiddetta questione de ara Victoriae, poiché l’episodio è esemplare dei metodi utilizzati dall’aristocrazia senatoria per reagire alle misure antipagane: evidenti per la prima volta nel 384, furono applicati anche successivamente, come mostra il contenuto di alcune costituzioni che, ripetutamente, alla fine del 400 e durante il V secolo crearono i presupposti per una “strategia della convivenza” tra pagani e cristiani nell’Urbe. Il confronto de ara Victoriae, dunque, è un case study che può dare nuovi contenuti alla cosiddetta réaction païenne. Alcuni passi della Relatio III di Quinto Aurelio Simmaco e delle epistole ambrosiane connesse con quel testo mostrano che esso fu inviato a Valentiniano II quando fu possibile collegare la rimozione dell’ara Victoriae con l’inchiesta che Pretestato era stato autorizzato a svolgere sulla depredazione dei templi. La curia del senato era un templum e l’ara un ornamentum (Rel. III, 4: ornamentis saltem curiae decuit abstineri!). Circa dieci anni dopo, ricordando la querelle sviluppatasi intorno a quell’altare, Ambrogio sosteneva che Simmaco aveva presentato un esposto a Valentiniano II affinché fossero restituiti ai templi gli ornamenti che vi erano stati asportati ( Ambr. Ep. extra coll. X, 2: Retulerat vir amplissimus Symmachus cum esset praefectus urbi ad Valentinianum augustae memoriae iuniorem, ut templis quae sublata fuerant reddi iuberet). Egli citava, probabilmente verbatim, il contenuto della disposizione che aveva permesso l’inchiesta (Symm. Rel. XXI: ... sub occasione iustae inquisitionis, qua me cultum spoliatorum moenium investigare iussistis...), perché il testo era stato letto in aula allorché si discusse l’invio della Relatio III: quest’ultima rielaborava il dibattito assembleare tenuto in quell’occasione. Il senato aveva deciso che il prefetto urbano inviasse una Relatio all’imperatore, chiedendo che abrogasse il rescriptum grazianeo, perché questo era ormai superato dalla nuova legge che ordinava l’inchiesta. Poiché il senato agiva anche come corte di giustizia (attraverso il collegio quinquevirale istituito da Graziano, di cui il prefetto urbano era capo), l’assemblea aveva individuato nell’incoerenza della normativa i motivi legali per dare sostanza alla richiesta. Due anni prima i suoi ambasciatori non avevano potuto inoltrarla al principe, per l’interferenza di Damaso: influenzato da un documento ufficioso, recatogli da Ambrogio, il magister officiorum aveva negato loro udienza. Quegli, però, era allora sotto processo, cosicché la legalità poteva essere ristabilità. Le strategie adottate mostrano l’impegno speso dalla parte pagana dal senato per conservare lo status religionum, in quanto espressione di quegli instituta maiorum, di quei patriae iura et fata (Symm. Rel. III, 2), che erano stati messi in discussione dalle misure grazianee. L’accordo (Rel III, 2: Nulla est hic dissensio voluntatum) anche dei senatori cristiani presenti in aula – almeno tra quelli chiamati ad esprimere la propria opinione secondo una precisa gerarchia di votazione – fu raggiunto, perché il tema della depredazione dei templi costituiva un aspetto del più ampio problema della conservazione della facies monumentale di Roma. Oltre a motivazioni ideali, coinvolgeva questioni pratiche come il reimpiego dei materiali asportati, la demolizione dei vecchi quartieri e degli antichi edifici pubblici, in sostanza un tipo di politica edilizia che i nuovi senatori – ex funzionari imperiali da poco giunti a Roma per sedere in senato – appoggiavano, sia per riconsacrare spazi urbani sempre più ampi con tituli e chiese di nuova fondazione, sia soprattutto per investire nell’Urbe i loro nuovi patrimoni. Dallo stesso intreccio d’interessi ideali e materiali, ma con finalità opposte, le casate più antiche, nobili e facoltose erano propnese alla conservazione dell’esistente. Benché secondo Ambrogio (ma la sua voce è unica, a parte Paolino di Milano che si basa sulle sue lettere) né la richiesta del 384, né quelle degli anni successivi furono accolte, la linea sostenuta dal senato fu quella che si affermò legislativamente: la costituzione del 399 (CTh 16, 10, 15: Sicut sacrificia prohibemus, ita volumus publicorum operum ornamenta servari) e altre misure analoghe fino a Teoderico mostrano che l’esortazione simmachiana (Rel. III, 3: reddatur saltem nomini honor, qui numini denegatus est) non fu spesa invano, consentendo la conservazione delle statue divine, delle feste pubbliche dell’antico calendario pagano e soprattutto dei templi, che a Roma furono conservati intatti e preservati sia dalla demolizione sia dalla trasformazione in chiese fino al VI secolo inoltrato.

The Famous 'Altar of Victory Controversy' in Rome: The Impact of Christianity at the End of the Fourth Century

LIZZI, Rita
2015

Abstract

In questo contributo ho esaminato le fonti relative alla cosiddetta questione de ara Victoriae, poiché l’episodio è esemplare dei metodi utilizzati dall’aristocrazia senatoria per reagire alle misure antipagane: evidenti per la prima volta nel 384, furono applicati anche successivamente, come mostra il contenuto di alcune costituzioni che, ripetutamente, alla fine del 400 e durante il V secolo crearono i presupposti per una “strategia della convivenza” tra pagani e cristiani nell’Urbe. Il confronto de ara Victoriae, dunque, è un case study che può dare nuovi contenuti alla cosiddetta réaction païenne. Alcuni passi della Relatio III di Quinto Aurelio Simmaco e delle epistole ambrosiane connesse con quel testo mostrano che esso fu inviato a Valentiniano II quando fu possibile collegare la rimozione dell’ara Victoriae con l’inchiesta che Pretestato era stato autorizzato a svolgere sulla depredazione dei templi. La curia del senato era un templum e l’ara un ornamentum (Rel. III, 4: ornamentis saltem curiae decuit abstineri!). Circa dieci anni dopo, ricordando la querelle sviluppatasi intorno a quell’altare, Ambrogio sosteneva che Simmaco aveva presentato un esposto a Valentiniano II affinché fossero restituiti ai templi gli ornamenti che vi erano stati asportati ( Ambr. Ep. extra coll. X, 2: Retulerat vir amplissimus Symmachus cum esset praefectus urbi ad Valentinianum augustae memoriae iuniorem, ut templis quae sublata fuerant reddi iuberet). Egli citava, probabilmente verbatim, il contenuto della disposizione che aveva permesso l’inchiesta (Symm. Rel. XXI: ... sub occasione iustae inquisitionis, qua me cultum spoliatorum moenium investigare iussistis...), perché il testo era stato letto in aula allorché si discusse l’invio della Relatio III: quest’ultima rielaborava il dibattito assembleare tenuto in quell’occasione. Il senato aveva deciso che il prefetto urbano inviasse una Relatio all’imperatore, chiedendo che abrogasse il rescriptum grazianeo, perché questo era ormai superato dalla nuova legge che ordinava l’inchiesta. Poiché il senato agiva anche come corte di giustizia (attraverso il collegio quinquevirale istituito da Graziano, di cui il prefetto urbano era capo), l’assemblea aveva individuato nell’incoerenza della normativa i motivi legali per dare sostanza alla richiesta. Due anni prima i suoi ambasciatori non avevano potuto inoltrarla al principe, per l’interferenza di Damaso: influenzato da un documento ufficioso, recatogli da Ambrogio, il magister officiorum aveva negato loro udienza. Quegli, però, era allora sotto processo, cosicché la legalità poteva essere ristabilità. Le strategie adottate mostrano l’impegno speso dalla parte pagana dal senato per conservare lo status religionum, in quanto espressione di quegli instituta maiorum, di quei patriae iura et fata (Symm. Rel. III, 2), che erano stati messi in discussione dalle misure grazianee. L’accordo (Rel III, 2: Nulla est hic dissensio voluntatum) anche dei senatori cristiani presenti in aula – almeno tra quelli chiamati ad esprimere la propria opinione secondo una precisa gerarchia di votazione – fu raggiunto, perché il tema della depredazione dei templi costituiva un aspetto del più ampio problema della conservazione della facies monumentale di Roma. Oltre a motivazioni ideali, coinvolgeva questioni pratiche come il reimpiego dei materiali asportati, la demolizione dei vecchi quartieri e degli antichi edifici pubblici, in sostanza un tipo di politica edilizia che i nuovi senatori – ex funzionari imperiali da poco giunti a Roma per sedere in senato – appoggiavano, sia per riconsacrare spazi urbani sempre più ampi con tituli e chiese di nuova fondazione, sia soprattutto per investire nell’Urbe i loro nuovi patrimoni. Dallo stesso intreccio d’interessi ideali e materiali, ma con finalità opposte, le casate più antiche, nobili e facoltose erano propnese alla conservazione dell’esistente. Benché secondo Ambrogio (ma la sua voce è unica, a parte Paolino di Milano che si basa sulle sue lettere) né la richiesta del 384, né quelle degli anni successivi furono accolte, la linea sostenuta dal senato fu quella che si affermò legislativamente: la costituzione del 399 (CTh 16, 10, 15: Sicut sacrificia prohibemus, ita volumus publicorum operum ornamenta servari) e altre misure analoghe fino a Teoderico mostrano che l’esortazione simmachiana (Rel. III, 3: reddatur saltem nomini honor, qui numini denegatus est) non fu spesa invano, consentendo la conservazione delle statue divine, delle feste pubbliche dell’antico calendario pagano e soprattutto dei templi, che a Roma furono conservati intatti e preservati sia dalla demolizione sia dalla trasformazione in chiese fino al VI secolo inoltrato.
2015
978-0-19-976899-8
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11391/166052
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